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Gilda Perano

TESTIMONIANZA della Signora Gilda PERANO di Dronero, sorella di Michele e Chiaffredo PERANO, alpini di Villar San Costanzo, caduti in Russia; futura moglie del reduce Giuseppe Viano.

Giuseppe Viano (secondo da destra) sulla tradotta, in partenza per la Russia

Giuseppe Viano (secondo della fila) in una foto scattata in Russia

Può raccontarci qualche episodio che lei ricorda, riguardo ai suoi fratelli?
-Parliamo della partenza, che è l'inizio di tutte le grandi sofferenze dei nostri soldati.
Io ricordo in particolare la partenza di mio fratello Michele, avvenuta ai primi di luglio del 1942, a Busca.
Io ero giovinetta, 16 anni, ricordo che con la bicicletta, perché non c'erano altri mezzi, andai, come di dovere, a salutare mio fratello, in partenza alla stazione. Non posso con le parole spiegare quello che provai, l'emozione, a vedere quella tradotta carica di soldati: la gente, mamme, sorelle, ragazze che salutavano i giovani soldati in partenza. C'era tanta, tanta commozione.
E, quando furono tutti sulla tradotta, mi ricordo come in un sogno, lo vedo, era come un presagio…il cuore era stretto perché si capiva che andavano incontro a qualcosa di terribile. E loro erano allegri, ma non era un'allegria: gridavano, parlavano, salutavano, sembrava che fossero allegri, ma non era vero.
Poi, finiti i saluti, quando già tutti erano sui vagoni, ad un certo punto, mentre già la tradotta incominciava a muoversi, scese sulla pedana del treno un soldato, che io ho poi riconosciuto, (si chiamava Secondo Lombardo, di Dronero, che cantava molto molto bene, anzi cantava alla RAI di Torino) e iniziò a cantare la canzone "Mamma"; tutti stettero zitti e…vi lascio immaginare la commozione che ci fu lì tra tutti: i soldati piangevano, i civili piangevano, le mamme, i fratelli, le sorelle che erano andati a salutare i loro cari.
E' proprio una cosa che non dimenticherò mai…mai…perché c'era tanto, tanto dolore.

Riguardo a suo fratello Chiaffredo, anche lui morto in Russia, che cosa può dirci?
- Riguardo a mio fratello Chiaffredo posso dire poco, perché lui si trovava a Borgo San Dalmazzo e, purtroppo, non abbiamo saputo l'orario, il giorno della partenza, perché sono partiti improvvisamente. Poi, bisogna tenere conto che da Villar a Borgo non c'erano comodità ed anche avendolo saputo due ore prima, non si poteva più partire con la bicicletta, automobili non ne avevamo. Perciò, purtroppo, poverino, non ha avuto nessuno che l'abbia salutato alla stazione di Borgo e questa è una cosa che mi è sempre rimasta dentro, quel rammarico, perché avrei voluto anch'io salutarlo alla partenza, ma non è stato possibile.

Sappiamo, Signora Gilda, che anche suo marito ha vissuto la Campagna di Russia; allora non eravate ancora sposati, cosa ricorda della partenza e che cosa suo marito le ha raccontato riguardo a questa guerra?
-Mio marito, Viano Giuseppe, classe 1919, faceva parte del 2° Battaglione Alpini Dronero, si trovava alla caserma di Cuneo e partiva anche quel giorno: mio fratello Michele partiva da Busca, al mattino, e lui partiva verso sera, di quel medesimo giorno.
Allora io pensai un po' e poi dissi : "Mah io quasi quasi vado a passare da Cuneo, faccio Cuneo -Dronero e lo vado a salutare".
E difatti inforcai la mia bicicletta e, facendo Busca - San Chiaffredo, arrivai a Cuneo e andai a cercare il mio futuro marito in caserma. Lo trovai subito e lui rimase molto molto contento di vedermi. Io gli dissi: "Guarda Beppe, sono venuta a salutarti; mi trovavo a Busca ed ho pensato di passare di qua".
Parlammo un po', poi lui mi disse: "Avrei piacere di accompagnarti verso casa, vedo se riesco a farmi prestare una bici". Presa in prestito la bici, mi accompagnò su, fino alla Confreria di Cuneo e lì ci salutammo.
Sempre, durante tutta la Campagna di Russia, ci tenemmo in relazione, ci scrivevamo, finchè, nella primavera del '43, verso aprile, lui ritornò in Patria ferito…
Come era stato ferito? Si trovava in Russia dal mese di luglio del '42; lui era radio-telegrafista e un giorno, precisamente il 19 dicembre '42, insieme ad un suo amico, Renzo Bongiovanni di Pianfei, venne mandato, loro due soli, in servizio al Caposaldo Pisello; dovevano andare lì perché c'era un forte conflitto, una battaglia che vedeva impegnate la Julia e la Cosseria, Divisioni eliminate in Russia, e loro due dovevano portare delle radio-trasmittenti.
Arrivarono sul posto che erano circa le 15 e un quarto, 15 e mezza, mi raccontava con tanta commozione mio marito, alle volte non riusciva più a raccontare, ad andare avanti. Ebbene, verso le 15,30, scoppiò una forte battaglia, colpi di Katiuscia; sfortunatamente un colpo lo prese e rimase ferito alle gambe: aveva 112 schegge nelle gambe, mio marito. Svenne sulla neve.
Mi raccontava che, al risveglio, si trovò con questo suo amico vicino. Loro erano molto legati. Questo Renzo voleva bene a mio marito, come ad un fratello. Renzo scaricò la slitta che avevano adoperato per portare le radio e, facendo animo a mio marito, lo caricò. Ma mio marito gli disse: "Guarda Renzo, lascia stare, perché vedi che qua è l'inferno, vai via tu che puoi camminare, lasciami qua". E Renzo gli rispose: "No Beppe, o tutti e due, o nessuno".
E cominciò a tirare la slitta, però con tanta difficoltà perché c'erano morti e feriti per terra, lungo la pista. Aveva 5 Km da fare per arrivare al Campo e, durante quel tragitto, tanti poveri ragazzi cercavano di attaccarsi alla slitta e dicevano: "Porta anche me… porta anche me…"
Raccontava mio marito di un orrore, una cosa che non si può descrivere, non si può raccontare. Diceva che chi non l'ha visto non può pensare che ci sia stata una cosa così atroce.
Renzo non era stato ferito nel corpo, aveva solo un po' il braccio graffiato.
Comunque, dalle 15,30, arrivarono alle 18 giù al Campo e mio marito, che era ferito grave, venne caricato sulla tradotta, l'ultima tradotta che partì dalla Russia, l'ultima tradotta…poi le tradotte non poterono più transitare in territorio russo.
Renzo, poverino, aveva sì le mani insanguinate per aver tirato la slitta, ma non era ferito; lo portarono in infermeria per la medicazione, e gli dissero: "Lui parte, va via, ma tu devi stare qua perché non sei ferito".
Mio marito fu portato in un ospedale tedesco, in Germania, e lì rimase fino al rimpatrio, a febbraio, quando raggiunse Milano e fece poi ritorno a casa, verso maggio.
E Renzo? Di lui non si seppe mai più nulla, come dei miei fratelli, disperso…
Ma…bisognava sentire raccontare loro. Mio marito, quando raccontava, diceva che era stata una cosa indescrivibile e, tutti gli anni, alla ricorrenza del 19 dicembre, lui quel giorno non andava a lavorare, era d'inverno, stava qua,si sedeva lì, in punta alla tavola e ricordava… tutti gli anni, alle 15 – 15,30, l'ho visto tante volte piangere… Diceva che a quell'ora, laggiù in Russia, incominciava già a fare buio e lui diceva "grazie" a quel ragazzo, Renzo di Pianfei, di cui nessuno seppe mai più nulla.

Dronero, 15 aprile 2002

La signora Gilda (seconda da destra) con il Sindaco di Villar e i familiari, davanti alla via dedicata ai suoi fratelli

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