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Giuseppe Biglione

TESTIMONIANZA del reduce Giuseppe BIGLIONE, 
raccontata dal figlio Giovanni (Sindaco di Villar S. C.)

reduci Campagna di Russia

Il reduce Giuseppe Biglione (terzo da destra, ultima fila) in una foto scattata il 24/4/1946 
con un gruppo di reduci e don Demaria, allora parroco di Villar S.C.

Nella foto sono anche presenti: 
Giovanni Rinaudo (terzo da sinistra, ultima fila), 
Giuseppe Belliardi (quarto da sinistra, prima fila)

 

"Mio padre è nato il 5 agosto 1919 a Villar San Costanzo. Giovanissimo, ad appena quattro anni, perse la mamma e , poco dopo, il papà. Quindi, è stato cresciuto dallo zio che era vedovo.

Mio padre era contadino: nel 1935 e 1936 era "affittato" presso la famiglia Martinasso di Morra. Successivamente fu a servizio presso la famiglia Ramonda Bernardo della frazione di Bosco di Busca. Di lì partì militare il 4 febbraio del 1940. Fu assegnato al Terzo Reggimento Artiglieria di Divisione "Celere", gruppo a cavallo, con l'incarico di "Servente al pezzo" (Rifornitore di proiettili).

E' stato mandato in guerra il 15 luglio 1940 in Jugoslavia. Al passaggio del confine il principe Umberto, appassionato di cavalli , consegnava uno scudo ad ogni soldato.

In Jugoslavia apparve subito chiara la crudeltà dei Tedeschi . Un giorno, entrati in una piccola città, videro ad ogni albero civili impiccati senza alcuna pietà.

Dalla Jugoslavia, rientrato in Italia, è stato subito inviato in Russia.

Il 12 luglio 1941, partì da Milano: il carico di ogni vagone era o di quaranta uomini o di otto cavalli.

Erano armati di cannoni del tipo 105.

E' stato artigliere in posizione sul fiume Don fino al 13 gennaio 1943, quando fu rimpatriato dalla Russia per avvicendamento.

Inutile dire che si è saputo dopo che, in quelle settimane, l'accerchiamento delle divisioni italiane del cosiddetto CSIR era già in atto da parte delle truppe sovietiche.

Mio padre era solito raccontare alcuni episodi o alcuni comportamenti abituali che lo avevano colpito, in particolare la raccomandazione dei fanti (che erano in prima linea) di "tirare alto" per non colpirli invece dei soldati russi.

Durante una battaglia dovettero sparare ad "alzo zero", con otto cavalli attaccati ai cannoni. Arretravano di duecento metri per volta. I cavalli erano così abituati allo sparo dei cannoni che non si muovevano neppure.

Nelle giornate di calma, il Don si vedeva scorrere a duecento metri di distanza, quello stesso Don che, in inverno, avrebbe permesso ai carri armati russi il passaggio sul ghiaccio, diventando uno dei principali nemici.

Il grosso impegno per la sua mansione era finalizzato a mantenere i cavalli che provenivano in parte dalla "leva", cioè da quel contingente di animali che era di proprietà dei cittadini ed era requisito dall'esercito. Particolare cura era riservata ai cavalli ed ai muli, maggiore che non ai soldati.

Tra i militari si stringevano rapporti di amicizia, rapporti familiari e di vero e proprio affetto: mio padre era soprattutto affezionato ad un ufficiale, un capitano, che faceva normalmente dei concorsi ippici e lo voleva con sé a curare i cavalli.

Gli schieramenti erano una divisione italiana e una divisione tedesca alternate; in un certo periodo anche l' artiglieria italiana fu di appoggio alla fanteria tedesca e viceversa. I Tedeschi non si fidavano per nulla degli Italiani.

Ricordava che era stato incaricato dai suoi superiori di segnalare il percorso per una colonna di autocarri; a un certo punto la colonna si perse ed egli rimase da solo per più ore. Fortunatamente un autocarro tedesco andò in avaria e, in attesa della riparazione, i soldati tedeschi dovettero fermarsi al bivio dove egli si trovava; brindarono con lui, gli diedero del cioccolato mentre, poco dopo, arrivava un portaordini del Comando divisione per riprenderlo.

Gli artiglieri italiani erano molto orgogliosi di appartenere a questo reggimento che si chiamava anche "Voloire", finché si accorsero che, a causa delle loro mostrine nere, venivano scambiati per fascisti e, perciò, passati per le armi dai Russi, anziché fatti prigionieri di guerra.

Raccontava che, prima di lasciar cadere in mano ai Russi i rifornimenti, si bruciavano.

Ricordava ancora con stupore l'incendio che illuminava una notte: i bidoni di benzina saltavano in aria, anche a cento metri.

Rientrò in Italia il 9 febbraio del 1943, a Vipiteno, dopo un viaggio sul treno di sedici giorni. Aveva notato che ogni due ore si dovevano lasciare i binari liberi per ventidue ore per permettere l'invio dei rifornimenti al fronte; la cosa appariva strana e solo dopo, riuscirono a comprenderne il motivo.

A Vipiteno fu aggregato al campo contumaciale per quindici giorni. Dopo fu mandato in licenza di avvicendamento per altri quindici giorni più il viaggio.

Giunse a Villar il 13 aprile del 1943. Il 30 aprile del 1943 ripartì per Milano dove rimase fino all'8 settembre dello stesso anno

Dopo un fortunoso viaggio, arrivato a Castelletto di Busca, sul treno, un controllore gli chiese il biglietto. Non avendo altro, gli mostrò un fazzoletto militare e questi tacque."

Villar San Costanzo, 7 maggio 2002

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