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Giuseppe Olivero

TESTIMONIANZA del reduce Giuseppe OLIVERO ("Notu")

Giuseppe Olivero"Mi chiamo Giuseppe Olivero e sono della classe 1919.

Sono nativo di San Damiano Macra, ma dal 1991 risiedo a Villar San Costanzo.

Ero arruolato nel 2° Battaglione Alpini Dronero - 17^ Compagnia - .

Nel 1940 fui mandato sul confine con la Francia e nel 1941 sul fronte Greco-Albanese.

Ero conducente di muli, con l'incarico di trasportare viveri e munizioni. Rimasi per cinque mesi in Albania: furono mesi di pioggia, fango, umidità.

Dormivamo su giacigli di rami e ci rivestivamo al mattino con gli abiti ancora umidi, stesi la sera precedente sulla baionetta.

Consumai in quei mesi ben quattro paia di scarponi!

Al ritorno in Italia fui trasferito, nell'estate 1942, nella caserma di San Rocco Castagnaretta, sempre con l'incarico di conducente di muli, per lo spostamento della Sessione Sanità.

Il 28 luglio 1942 fu il giorno della partenza per la Russia. Partimmo dalla stazione di Cuneo, sulla tradotta, con 42 Alpini per vagone. Su una tradotta a parte ci seguivano i muli.

Sul treno c'era la cucina e come rancio si stava abbastanza bene.

Terminata la linea ferroviaria, iniziò la marcia a piedi. Camminavamo tutto il giorno; faceva molto molto caldo. Di sera montavamo le tende e consumavamo la cena: le cucine da campo ci avevano preceduti fin dal mattino e il rancio era pronto. Poi ci sistemavamo per la notte, in quattro o cinque per ogni tenda.

Arrivati a qualche km dal Don, noi conducenti ricevemmo l'ordine di accampare a quella distanza, mentre il resto del battaglione fu mandato verso il fronte. Tutte le mattine noi conducenti di muli portavamo i viveri agli Alpini, sulla linea del Don.

Vedevamo bene le mitraglie dei Russi appostate sull'altra riva del grande fiume, ma i Russi aspettavano il momento propizio per metterle in funzione.

Purtroppo il momento propizio venne: quando il Don, a metà gennaio, ebbe uno spesso strato di ghiaccio, i Russi lo attraversarono con le armi pesanti e attaccarono la nostra linea.

Fu la disperazione per i nostri soldati: si salvi chi può!

A centinaia caddero sotto il fuoco delle mitraglie e altrettanti perirono sotto la morsa del freddo che raggiungeva i –40, -45 !

Ovunque si vedevano corpi abbracciati, ancora perfettamente in piedi, anneriti, stretti nel gelo della morte.

Il 16 gennaio 1943, il 9° Genio Alpini, al quale eravamo aggregati, caricò gli Alpini sui camion per portarli fuori dalla sacca.

Erano le due dopo mezzogiorno. Sfortunatamente io mi trovavo con due miei compagni in un'isba per far cuocere della carne, così fummo "dimenticati".

Cosa potevamo fare? Non ci restava che incamminarci a piedi.

Questa fu la nostra ritirata: tutta a piedi, per 37 lunghi giorni!

Durante quei giorni vidi tante scene di dolore e di disperazione. Per quanto mi fu possibile, diedi aiuto trainando qualche compagno sulla slitta o spronando energicamente chi stava per cedere alla stanchezza e allo scoraggiamento.

Fortunatamente non avevo parti del corpo congelate; solo i due alluci avevano un inizio di congelamento,ma senza gravi conseguenze.

Cucivamo insieme pezzi di coperte da campo per avvolgere i nostri piedi e difenderli dal gelo.

Gli scarponi, che comprimevano il piede e non lo riparavano abbastanza, li portavamo a tracolla!

Durante la marcia, la classica "nuvoletta" di condensazione del vapore acqueo, davanti alla bocca, diventava presto un lungo ghiacciolo che dovevamo rimuovere con le mani.

Una sera, sfinito, trovai ospitalità in casa di brava gente russa, ma data la mia stanchezza, mi risvegliai a mezzogiorno del giorno dopo.

I miei compagni erano tutti partiti e non mi rimase che marciare tutto il giorno da solo, seguendo la traccia lasciata sulla neve dalla truppa.

Alla sera li raggiunsi e potei mangiare, come i miei compagni, tre patate cotte in un recipiente arrugginito.

Per un certo periodo, sbandammo, seguendo le esortazioni di volantini americani lanciati dagli aerei, ma un sergente controllò i nostri documenti e ci rispedì al Comando.

Durante lo sbandamento, trovammo in una stazione un sacco di patate: allora fu una cuccagna! Un'altra volta riuscimmo a recuperare un barattolo di marmellata che usammo per condire della cicoria! Pensate che menu!

Ancora meglio andò quel giorno, quando, in una cascina, cucinammo carne di cavallo, per tutti noi che eravamo una quarantina.

Finalmente, all'arrivo degli Americani, fummo caricati sui camion e portati in edifici scolastici per essere rifocillati.

Dopo la permanenza in Polonia, salimmo sulla tradotta per l'Italia.

Ci contarono: in ogni vagone dovevano stare 102 uomini!

In quattro spingevamo dentro i compagni per pigiarli nei vagoni. Quando la porta fu chiusa, la sbarra mi comprimeva terribilmente e portai per quaranta giorni il livido sul ventre.

Finalmente, giunti all'ospedale di Gorizia, fummo visitati, puliti, disinfettati.

Ritornai a casa nella primavera del 1943.

Dopo un mese di licenza, dovetti ripresentarmi in caserma. Fui inviato a Merano, sopra Bolzano dove fui catturato dai Tedeschi e portato in un campo di concentramento. Mi aspettavano ventitré mesi di Germania, con un mestolo di rape alla sera e una fettina di pane ogni giorno.

Alla fine dell'agosto 1945 ritornai definitivamente a casa."

 

Villar San Costanzo, 4 maggio 2002

 

 

Giuseppe Olivero

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