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Giovanni Rinaudo

TESTIMONIANZA del REDUCE Giovanni RINAUDO ("Gianin Cola") di Villar San Costanzo

 

Giovanni Rinaudo, ventenne, durante il servizio militare

Il reduce Giovanni (2° da sinistra) con la sorella Caterina (3^ da sinistra), in un momento di festa familiare, nel 1986

"Il 1° agosto 1942, mentre ero militare nell'Artiglieria Alpina a Mondovì, ricevetti, come molti miei commilitoni, l'ordine di partire per il fronte russo.
Marciammo a piedi l'intera notte, dalla caserma di Mondovì-Carassone, verso la stazione di Fossano.
Il viaggio in treno durò diciassette giorni e diciassette notti.
Sul treno merci eravamo 380 artiglieri con 320 muli al seguito.
Il treno faceva una sola fermata al giorno, utile per dar da bere ai muli e rifocillare un po' noi.
Il nostro rancio in treno consisteva in una porzione di riso, una galletta divisa a metà ed una scatoletta di carne da dividere in due.
La nostra operazione avrebbe dovuto compiersi sul Caucaso, ma un contrordine ci destinò sul Don. Giunti, quindi, al termine della linea ferroviaria, proseguimmo la marcia verso Est per venti giorni, a piedi.
Pioveva quasi ogni giorno, la temperatura era abbastanza mite, ma il clima non era dei migliori a causa dell'umidità.
Il rancio era sempre scarso.
I campi avevano le messi falciate, a terra, e le patate da raccogliere: evidentemente i contadini, sorpresi dall'avanzata del nemico, non avevano fatto in tempo ad ultimare i lavori.
Giungemmo a 500 metri dal Don; era il settembre 1942. Il fiume Don, da quella distanza ci sembrava un mare, ma già verso la metà di ottobre iniziò a gelare e noi vedevamo una lunga striscia di lucido.
Costruimmo il nostro bunker; lo costruimmo bene. Dentro stavamo in undici. Il nostro posto letto era sul tipo di un letto a castello, con giaciglio di paglia.
Sì…pativamo la fame; raccoglievamo le patate nei campi (era rubare? Lo facevamo per necessità, per non morire di fame) ed imparammo a far scoppiare sul fuoco i chicchi di meliga (voi oggi li chiamate pop-corn!).
Facevamo i turni per il servizio di guardia.
Alla sera, nel bunker, pregavamo il rosario, noi soldati, tutti assieme. La preghiera ci dava conforto e ci faceva sentire vicini ai nostri cari.
Scrivevo ai miei familiari e ricevevo lettere da loro. Mia sorella Caterina, che allora aveva 12 anni, era lei l'incaricata a scrivere. Scriveva le lettere che mamma le dettava e aggiungeva qualcosa di suo, del tipo: "mamma va a pregare a Santa Maria, piange tutto il giorno".
Intanto il freddo aumentava ed a Natale il termometro segnava -32, -33.
I Russi avevano aspettato il momento giusto per sfondare la nostra linea: passarono sul Don gelato e sfondarono.
La Tridentina riuscì ad aprirsi un varco; noi della Cuneense rimanemmo in gran parte intrappolati, sono una minima parte di noi riuscì ad unirsi alla via d'uscita della Tridentina.
Oramai il 50% dei nostri erano congelati.
A inizio gennaio del '43 pensavo anch'io di perdere le gambe. Mi accorsi che non le comandavo più. Mi portarono in una stalla, protetta all'esterno da un muro di letame. Mentre ormai mi aspettava la fine, avvenne ciò che il caso o le preghiere di mia madre permisero: fui caricato su un camion e, dopo 200 Km di strada, mi posarono in un ospedale da campo, dove rimasi per sei giorni.
Di lì, tramite ferrovia, caricato su un carro merci, raggiunsi, insieme ad altri malati, l'ospedale di Kiev. Ma quest'ospedale era pieno e fummo rifiutati.
Cosa fare? Proseguimmo in treno merci verso l'Ungheria. L'ospedale di Budapest era una struttura grandiosa, in riva al Danubio. Dalle grandi vetrate, vedevamo scorrere l'acqua del grande fiume.
Lì si stava bene. Io riacquistavo giorno dopo giorno le forze e le gambe davano ancora segni di vita. Tutto il personale dell'ospedale era gentile e le crocerossine italiane ci trattavano molto bene e facevano quasi preferenza per noi militari italiani.
Il 31 gennaio raggiungevo il grande ospedale "Gianellini" di Udine, dove recuperavo definitivamente l'uso degli arti inferiori. Mi fecero la riabilitazione, iniezioni e massaggi.
A fine aprile '43 potei finalmente rientrare a casa e riabbracciare la mamma e tutti i miei cari.
La licenza premio, però, era di soli trenta giorni, al termine della quale, quando fui visitato, il Capitano Bertinetti mi dichiarò "ragazzo abile"!
Disperazione! Dovevo di nuovo partire? Verso il Brennero?
Per fortuna il Maggiore Tragella, della caserma di Cuneo, fu buono con me e mi chiese se volessi fare l'attendente al mulo o al Maggiore.
Fu così che feci l'attendente al Maggiore, fino a tutto agosto '43 (un po' prima dell'armistizio) a Cuneo, in casa Tragella, Via XX settembre n° 10. Dopo questa data, il Maggiore lasciò segretamente Cuneo (fuggì forse a Milano), per paura dei Nazifascisti ed io rimasi nascosto a casa mia, fino alla fine della guerra."

Villar San Costanzo, 25 gennaio 2002

Gli alunni di classe V con il reduce "Gianin Cola"

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